Enrica Capone

Che sia scultura, o pittura o collage: non importa. E' importante solamente che sia materia. Una
materia forte, carnosa, come è carnosa la terra , o la pelle arsa dal sole.
Ma quella pelle può anche essere illuminata dalla luna, tramutarsi alchemicamente in acqua
argentea, o in mercurio comune, e talvolta ha bisogno di partire dalla materia vile del piombo per
poter operare la trasmutazione. E l'opera si organizza in strati geologicamente sovrapposti, per
lasciar luogo a formazioni scistiche, che la mano d'artista, sostituendosi al tempo disegna come lui
tempo disegna le età della terra, siglando il suo inesorabile passaggio; e lascia spazio soltanto ad
una coerenza che tutto lega, ad una appagante struttura che tutto collega, apparendo casuale solo a
chi non conosce quanto la creazione sia frutto di costanti tentativi e quanto tempo debba
impiegare il caso a provocare la bellezza.
La mano di una donna esprime insieme a questa forza tutta la sensibilità e la delicatezza che la
natura regala al femminile, allorché si trova in stato di grazia.
Ed allora la raffigurazione delle forze naturali che gli agenti del vento, del fuoco e dell'acqua
esprimono nel territorio, divengono sulla tela una serena contemplazione di questo equilibrio,
perché uniscono alla creazione di quella materia la delicatezza di un un atto d'amore; una presenza
spirituale che sublima nel metallo fuso e nelle terre variamente colorate anche la parte di anima
presente nello spirito del mondo. L'anima mundi è ravvisabile nei lavori di Enrica, ed i suoi bianchi,
più che di suprematismo sono il frutto di una comunione con la terra, e rimandano ad una preghiera
sommessa, ad uno spirito cosmico che permea la realtà, rendendola sublime a chi sa vedere, oltre a
saper guardare: ecco allora che le piume bianche su un fondo bianco e sul rilievo ancora bianco
della materia consentono all'insieme di volare verso l'alto. Non sono una composizione; sono
l'espressione di una filosofia, di una religione della natura che si appropria, attraverso la bellezza,
dell'equilibrio che Ermete regala agli adepti quando riescono a dare vita alla materia inerte. Questo
riesce talvolta, e raramente, soltanto agli artisti, ma quel che più colpisce la mente oltre che lo
sguardo nelle opere di Enrica è la presenza, il bisogno dell'artista di inserire nel contesto particolari
di delicata consistenza, che ammoniscono la natura maschile del resto dell'opera circa la necessità
che gli opposti si unifichino per generare l'equilibrio; quell'equilibrio che , anche attraverso un caos
che solo apparentemente domina, è il solo artefice della vera purezza. di una composizione; .
La materia plumbea o i metalli che si fondono con la terra, già imbiancata. e sublimata la prima da
un atto di preparazione e di manipolazione resi gli altri, attraverso il fuoco, eterei e plasmabili,
generano un insieme di plastico equilibrio; non è il colore o solo il colore a rappresentare valori
numerici, è la pesantezza ed il volume che rendono la materia il fattore determinante di
quell'equilibrio;
Questa via è stata percorsa da artisti come Baziri Bizhan, Agenore Fabbri, Fernando Melani, già
dalla fine degli anni 40 dello scorso secolo; ma in quella sperimentazione pregevole, che rimanda
alla scuola toscana ,dagli anni 50 in poi, manca quel soffio di femminile eleganza, che non è
asssolutamente ridondante o superfluo, ma che completa l'opera attraverso un riconoscimento della
spiritualità che la materia ha diritto di vedersi attribuire.
Anche nella scultura tutti i colori si confondono nella luce del bianco, e la parola, il logos, si
unifica nella composizione; diviene una ripetitiva allegoria all'essere, attraverso il nome ripetuto
dell'artista, che non si confonde soltanto nell'onda, ma che si rivolge verso se stesso come un
uroboro alla ricerca della unione dei contrari, della fine del tempo, della parola di passo che
conduca alla sovrapposizione di segno, suono e significato.
Onda di vibrazione che unifichi i campi, che generi la vita come nel dna delle origini. Il nome di
Enrica Capone ripetuto ciclicamente attraverso quell'onda che si perde nel mare e con esso si
confonde, è un grido alla individualità insieme alla socialità dell'uomo. E' un invito a riunire, e non
a separare. Un richiamo che segna il percorso a chi è schiavo della bellezza, e sa che è inutile
invocare il superamento del proprio” ego”, quando si è servi della bellezza; piuttosto è giusto farne
partecipi tutti dopo aver operato su se stessi nel laboratorio alchemico della propria anima. Per
fluidificare le nostre passioni. Una mostra da non perdere.

 

 

Alessandro D'ercole