Dall’ossessione del mito alla scoperta di Atena

di Paola Pinna

Pallas, la giovane donna di Enrica Capone che ossessivamente guarda all’orizzonte, passa il blu, il freddo che si mescola alla materia, alla sfera altra del cielo  prende il calore denso delle terre.
Della  terra cattura i bagliori rifranti delle sabbie e delle polveri di vetro.
Nei primi frammenti la superficie che copriva la materia era quasi compatta. Ora la materia profonda è più forte della superficie, riemerge e spacca lo strato della tela dove il tempo e la cultura hanno depositato le loro tracce.
Prende corpo una fenditura lunga tutta la tela e quella crespa nel muro scatena un’infantile voglia di infilarci il dito dentro, per ripetere uno dei tanti giochi di bambina… quello di stanare i ragni dai muretti a secco.
Il mare/specchio a lungo guardato finalmente depositerà a riva la dea: è Atena che ispirò le tele. E’ Aracne che ancora si nasconde.
La fessura di luce esce dal verde, dal profondo della materia. La fenditura è un via, un’immersione per cogliere, per prendere, per fermare quel frammento, quel ricordo che già appare.
Dall’interno, dall’assenza di ogni altra materia aggiunta, direttamente dalla trama larga della iuta già corruscano i barbagli, i bagliori di quarzo.
Dalle spaccature filtra insieme un odore morbido e intenso, e da esse risuona prepotente un richiamo di frammento-ricordo-realtà.
Ma le fessure, i tagli della pietra sono già presenti nei frammenti decorati, nei pezzi di travertino dipinto,cercati apposta bucati, tarlati. I frammenti per Enrica Capone sono così improntati da essere identificati con i ricordi, con i frantumi di/della realtà cove però l’emozione è una: quel frammento.
Il resto è tecnica.
La sua pittura per sottrazione, fino al nudo lascia immaginare che la sua arte, la scultura di Enrica Capone sarà per emersione, per galleggiamento del colore del marmo pario, caldo  al tatto, dolce e aspro di vento come i cammei di pietra lucidi di pioggia, scintillanti di sedimentazioni, memorie d’acqua di materia….pietra da richiamare alla luce. Né per sottrazione né per implosione pare già dare alla vita alla luce dei quarzi delle pietre, al colore, alle bande, alle venature del marmo
caldo-rosa-di Condoglia, nel marmo fresco-verde-di Verona. O quello bianco-sacro-di Paro. Per sintesi artigiana del liscio e del ruvido.
Quella crepa, corpo che genera materia, si rappresenta senza interpretazione. E’.
Oggi, nel percorso interessante della ricerca della pittrice, la materia è il luogo del sogno essa , stessa, è “arte cucinata”, trasformata, con odori e calori, offerta al tatto, come una spalla o un gluteo stillato di sensualità. Il tatto e il contatto, le tele e il rapporto con la iuta grezza, far nascere dalla materia, toccare gessi, argille e giocarci ancora per il puro piacere del fare, e “toccare e immaginare dopo aver toccato”:sembra questo il processo artigiano di Enrica Capone… il massimo de piacere!!
Enrica Capone dipinge col tatto e l’olfatto. Passa la mano, sfiora, sfrega, accarezza ogni volta ogni parte di tela conquistata, ogni strisciata di sabbia fermata, ogni banda di colore versato, ogni fessura di iuta lasciata respirare.
Vi sedimenta il suo calore.. Ha eletto la sua casa a bottega artigiana: per godere fino in fondo del persistente degli odori di colle, olii, colori, trementine, e poter ridere di nascosto dell’intreccio del suo ricamo di tele.
Del mito, della ricerca originaria, rimane l’atemporalità del nudo. La sospensione dell’emozione, della ricerca e della creazione può muovere al pianto chi non segua gli sguardi, ma le linee delle figure piantate per terra a piedi nudi possentemente ancorate sulla terra squarciata e fessata ritornata, a quelle tracce leggere delle ferite che già si immaginano sul volto di Pallas. Altra tela da cui far tracimare altra luce, da nutrire del continuo tocco delle mani che strofinano, lisciano, percorrono tele e cartoni fino a riscaldare la cera perché colle e trieline spargano ancora le fragranze del cibo cotto, della materia.

Le proposte d’arte di Enrica Capone sanno di buono.