Enrica Capone ovvero “la joie de vivre”

di Lidia Reghini di Pontremoli

Mi ricordo e forse non lo scorderò più quel che mi colpì la prima volta che incontrai Enrica Capone.
Fu quel suo particolare modo di sorridere, aprirsi e rendersi eterea come una ventata d’autunno, quel soffio che scompagina e trascina le foglie ed i residui di vita con sé.
Più tardi pensai che quel suo modo di fare, di muoversi, di concepire la figura e la pittura derivava dalla sua estrema familiarità-forse solo affinità elettiva- con l’armonia ed il tempo sospeso di quel tale Henry Matisse.
Se Henry concepiva ogni suo quadro come un mezzo quasi umano per diffondere armonia e tranquillità, le figure di Enrica/Henry comunicano in un silenzio apparentemente immobile una concatenazione di parole e pensieri impliciti.
In questo Enrica mi appare così vicino ad Henry, in quel suo caparbio ostinarsi a concepire la pittura come luogo dove ogni  tensione si distende per svanire, per poi essere forse dimenticata.
E quella linea che taglia la superficie non è ferita dolorosa ma feritoia, luogo privilegiato dove far scivolare la curiosità di quell’esploratore che sconfigge il voyeur per scoprire nuovi territori dello sguardo.
Nel bianco assordante figure colte nella loro dinamica immobilità lasciano intravedere l’esistenza di un orizzonte lontano che solo loro riescono a scorgere.
Donne che si smarriscono senza mai perdersi in un spazio-struttura mobile ed elastico che accoglie e non dissimula, non tradisce i significati espressivi dell’immagine.
Hic et nunc. Ma anche il voler essere altrove di figure arcaiche e moderne, comunque fuori dal tempo e dal conflitto stridente con al modernità: sono le ombre pesanti dei nostri passi, abbandonate nei luoghi dispersi della memoria.
Non ectoplasmi ma materia materiata resa corporea, mai pesante, dall’incedere tempo che passa, dai pensieri che si ammassano su un cielo prima della pioggia.
Le figure di Enrica Capone vivono e crescono nel bianco di un’antimateria dal silenzio assordante, si voltano come poco interessate a partecipare alla nostra quotidiana malattia del vivere.
Né romantiche né nostalgiche queste figure voltano le spalle per lasciar scorgere tra le pieghe di quell’anatomia  la tensione addomesticata di una joie de vivre reale, anche a costo di dimenticare i drammi e le tempeste personali.
In ogni quadro non c’è preoccupazione, assillo stilistico del dover distendere in un qualche modo l’ordine prospettico.
Tutto si dà alla superficie con estrema naturalezza, come se l’artista possedesse quel dono raro e magico che solo alcuni veri pittori riescono ad avere, di riuscire a far affiorare i propri fantasmi interiori facendoli uscire dal silenzio. Ogni cosa, ogni avvenimento si compie sulla tela senza forzature, senza sgomitare semantiche o ammiccamenti engagé.
Enrica Capone forse è una pittrice d’altri tempi che riesce a conciliare un animo antico con la consapevolezza di uno spirito moderno. Antico è il legame con all’ausilio di tecniche che appartengono quasi ad una tradizione orale, comunque pretecnologica . Moderno è quell’estrema volitività , quell’ostinata caparbietà a guardare verso una direzione mai obbligata aggiungendo alla pittura ogni giorno sempre qualcosa, magari solo una pietra minuscola, frammento di un universo apocalittico che sono Enrica riesce a schivare.