Enrica Capone e la grave levità della poesia

 

 Iuta bianca, piegata in origami a farsi barca, decorata di iscrizioni, che non incidono la tela, ma leggere la cullano come onde, trascrivendosi però nell’anima in una poetica del riconoscimento filosofico-emotivo, che, immediato, è in realtà il frutto di un lungo percorso che dal Soldatino di Stagno arriva a Leopardi, tra fiabe e versi. Nell’opera di Enrica Capone, da un lato, il giocattolo si confermatale,liberato dalla fragilità della carta, per farsi carico di tutte le aspirazioni bambine che forse ha guidato in porto – porto quiete o porto di mare – dall’altro, si fa bottiglia consegnata ai flutti, emotivi ed emozionali, alla ricerca di un’anima Altra in grado di leggere e comprendere il suo messaggio.

 Barca libera o vincolata su tela, rilancia la sua sfida alla vastità dell’orizzonte, per tornare a vele gonfie, anche di malinconia. L’immensità dell’ignoto è timore, “ove per poco il cor non si spaura”, ha sentore di morte e di abbandono, di smarrimento e crisi. Al di là della siepe, forse, la conquista della terra inesplorata, la finzione del regno nuovo. Al di qua, il vero dominio della psiche, il pensiero che finge. La barchetta guida, lanciata da un bambino gigante, consegnando i suoi occupanti, che siano pensieri o giocattoli,a una vertigine di solida emozione, fatta pure di poesia dello sguardo.

 

 

Valeria Arnaldi

Dal catalogo di “C’era una volta…Gioco e Giocattolo”

MACRO TESTACCIO-LA PELANDA  14 febbraio-24 marzo 2013