L’Albero della Conoscenza

di Mario Lunetta

 

 

E’ fuor di dubbio che l’omphalos magnetico della pittura di Enrica Capone sia la presenza del corpo femminile in una duplice accezione: da una parte, quella della sua lieve celebrazione ornamentale, di derivazione neo-neoclassica e/neoromantica rivissuta in chiave fantasmatica e onirica; dall’altra, quella dell’impatto brusco, se non brutale, con il soma trattato come pura massa o coacervo di masse. Ciò implica da un lato, e sempre più sommessamente mi pare, un abbandono alla nostalgia museografica e alle sue eleganze soprattutto fanées; dall’altro, un atteggiamento più vivacemente contraddittorio, meno idealizzante e per così dire più “materialistico”. E’ l’insistenza su questa direttrice di ricerca che mi pare la più proficua per l’artista, perché implica - senza mediazioni da fabula picta declinata verso soavità alquanto improbabili – una consapevolezza drammatica e un disporsi dialettico nei confronti del fatto formale assai più decisamente “a rischio” in un confronto con le infinite pulsioni dell’oggi. Nel primo caso è scontato il rispetto per l’integrità del corpo-forma, la sua compiutezza che respira intangibile in una sorta di teca di cristallo; nel secondo, questo corpo è puro lacerto, puro volume sensuale, pura placca materica. Naturalmente, in questa seconda opzione, la scelta di linguaggio risulta più aperta e azzardosa, senza il filtro rassicurante del verosimile, la certezza mimetica dell’icona: ciò che era stato concepito come fantasma estetico-erotico sostanziato di ascetismo nature e di sognante inafferrabilità, si rompe e si dilacera, e l’energia espressiva è fatta di un quid che non esiterei a definire di tenera crudeltà.

Insomma, Enrica sta progressivamente riservando ai propri bijoux stilistici un destino laterale, sempre più di mera citazione nosto-figurale, per misurarsi con le difformità e i contrasti della nostra realtà esistenziale, visiva, psichica, in un processo il quale non può avvenire che rinunciando alle sicurezze del vuoto più arioso per fare i conti col pieno feroce che non promette grazia né protezione, e contrapponendo al mito la storia dell’oggi. Si tratta, in poche parole, di una scelta allegorica: e Capone vi si sta avviando con energia.

Si vedano in proposito opere come Magna mater e Sorgente, datate 2004, in cui l’impasto volumetrico si fa immediatamente impianto e struttura carica di calore, e quindi le successive composizioni declinate in una morbida astrazione geometrica di forte densità materica, fissate su diversi supporti (cartone, tela, legno) in cui si insinuano – sempre più perentoriamente – tracce serpentine rosse, blu o dorate che trattengono a stento linee di scrittura misteriose e fluenti come colate di sangue o percorsi di memoria, con allusioni irrefrenabili a fiotti di minuti grafemi di sorridente arcaicità. Il loro scorrere a prima vista casuale e automatico si rivela poi anch’esso regolato dalla sottile regia dell’artista, dalla sua onnivora curiosità e adesione al corso dei fenomeni fisici e immateriali, tanto che la forma-corpo assume una disponibilità volumetrico-tattile analoga a quella del cemento o dell’asfalto, in una strategia nella quale la dialettica tra rusticità e raffinatezza racconta allegoricamente la vicenda del fiorire, del maturare e del decadere seguendo le tracce/rivoli, le tracce/rughe, le tracce/scritture che segnano la presenza dell’uomo e delle cose su una superficie terrestre ridotta in dimensione micron.

Ovviamente, un itinerario così sotterraneo nel suo continuo illuminarsi e impreziosirsi non può che presupporre un amore appassionato per le materie. Per le materie più laterali rispetto alla norma, si direbbe, con privilegiamento deciso per i pigmenti (impasti di terre, polveri di quarzo, sabbie, silice, cera, caolino, filo d’oro, gessi, polveri di vetro): “vizio” che sicuramente è in Enrica un lascito dell’importante attività di decoratrice che l’ha vista operare in Italia e all’estero. Mi paiono decisivi, in questo bagaglio per così dire “grammaticale”, l’affermarsi di una capacità sempre più sicura, polimorfa e polisensa, e il fatto che Capone abbia saputo piegarlo e modularlo per esiti di pittura che si spogliano progressivamente di bellurie e di eleganze accattivanti per fondarsi su un progetto di concretezza materico-plastica sempre più solido. In questa direzione plurale risulta decisamente significativo lo spazio che si sono conquistato i cubi lignei in varia misura trattati e elaborati, e sulle cui facce frequentemente affiorano zone di grafismi “a colata” e architetture di scritture minimali, quasi a comporre fantasmi di “città invisibili” che sarebbero piaciuti a Italo Calvino. L’animus della pittrice si sposa qui felicemente con l’animus dell’architetto, dando figura di pitto-scultura a un’arte che si fa via via più pungente e calibrata nella sua sregolatezza espansiva. L’immagine è ormai sempre più, nell’universo di Enrica Capone, inscindibile da una facies plastica che la comprende e insieme la implementa. Ora il suo è davvero il regno della flessibilità operativa, non certo nel senso di una coerenza stilistica qualunquisticamente disponibile ma in quello di un orizzonte di attesa aperto, anche in termini di dimensioni. Le opere di grande misura si alternano senza strappi a quelle microdimensionate. Ciò che l’artista persegue con lo stesso impegno è una forma di concentrazione che si moltiplica, crescendo con una sorta di vitalità vegetale o biologica. Così, da questa piccola foresta di segni, di scritture, di immagini e di corpi è dato intravedere sempre più vicino l’Albero della Conoscenza.

 

Mario Lunetta

Accademia Platonica, ottobre 2006